| Pubblicato su: | L'Idea Liberale, anno X, fasc. 5, pp. 88-90 | ||
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| Data: | 31 gennaio 1904 |

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L'UNITA E L'INDIVIDUO.
Individualismo è una parola e una dottrina che ha avuto troppi amanti. E ognuno le ha donato una veste nuova, una foggia singolare, un monile o un atteggiamento, un nome o un sigillo, tanto che non sappiamo più, sotto la copia delle cose, nè quale sia la sua vera figura nè il suo vero corpo. Tutti, oggi, si vantano del loro individualismo: i conservatori filosofi che vanno cercando nelle teorie armi alla necessaria difesa,, i liberali e liberisti i quali amano di far passare il libero scambio e il regime. della concorrenza sotto la bandiera della lotta per la vita, i socialisti teorizzanti i quali, come il Fourniere, non trovano niente d'incompatibile tra l'idea collettivista e quella individualista e stanno cercando di far passare il Nietzsche tra i profeti del socialismo; gli anarchici, tanto sognatori che attori, i quali saccheggiano Max Stirner per prepararsi alla grande distruzione.
E in una storia dell'individualismo voi trovereste i condottieri pagani della Rinascita accanto agli scapigliati filosofi della Sturm und-Draug, dei teorici astratti come Fichte e dei poeti immaginosi come Goethe; dei sostenitori dell'autocrazia prussiana come Hegel e dei rivoluzionari radicali come Ibsen, dei mistici come Carlyle e degli scettici come Renan, dei dialettici come Stirner e dei lirici come Nietzsche. Un uomo come Taine, il quale ammirava la tradizione e la casta, tiene all'individuo come lo straccione Gorki, che nelle solitudini russe sogna vaghe visioni d'anarchismo selvaggio. E cosa ancora più meravigliosa la grave scienza evoluzionistica dello Spencer si trova a far parte della concezione corrente dell'individualismo, come la sottigliezza elegante delle storie ideologiche di Maurice Barrés.
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Troppe anime hanno dunque camminato verso l'individualismo perchè questo possa essere unico. Da buoni individualisti, bisogna confessare che non c'è un solo individualismo. E la prova migliore, forse, di quella profonda e continua diversità degli uomini che andiamo sostenendo è in questa fioritura multicolore d'ideali e di forme che il grammatico ha riunito, per sue vili comodità, sotto un simbolo solo.
Ma, forse, la ricchezza è meno reale di quello che crediamo? Non si abusa, per avventura, della parola, quando si chiamano individualistiche certe teorie, che solo superficialmente proclamano la prevalenza della persona?
Ad esempio, io non posso reprimere una tentazione di dubbio dinanzi al tanto vantato e volgarizzato individualismo spenceriano.
È parso a molti che il filosofo di Derby sia stato nella seconda metà del secolo scordò l'unico atleta ideologico degno di misurarsi coi profeti del collettivismo.
Del suo nome s'è fatto un riparo alle conquiste borghesi, delle sue critiche antistatali si son fatti degli opuscoli di propaganda, del suo evoluzionismo s'è cercato di foggiare una clava capace di atterrare il dogma dell'eguaglianza o il materialismo storico. All'ombra della sua sintesi i conservatori si sentivano più sicuri, il suo Individuo contro lo Stato faceva la gioia di tutti i politici del laissez faire, e i Dati dell'Etica mettevano il cuore in pace a coloro che sentivano in sè stessi che l'egoismo non era ancor morto.
E quali alte strida quando il Ferri, spinto dalla sua vigliacca mania di trovare a tutti i costi alleati e puntelli al socialismo, cercò di trascinare lo Spencer dietro al carro del collettivismo trionfante!
Ma a nessuno è venuto il dubbio se veramente lo Spencer potesse chiamarsi un individualista.
Nessuno ha cercato di vedere se lo spirito, il fondo della filosofia spenceriana vada d'accordo coi nostri più prossimi fini. Ci siamo fermati ai capitoli in cui si giustifica fino a un certo punto l'egoismo, alle frecciate contro l'ingerenza dello Stato e non s'è cercato più oltre. E s'è fatto male.
Mi dispiace confessare che lo Spencer è infinitamente meno individualista di quello che mostran di credere i suoi stessi ammiratori. Ma siccome il carattere più nobile di un individualista è quello di bastare a sè stesso io credo che non si dorranno troppo di perdere un alleato.
Veramente l'alleato era potente. Essere con lo Spencer significava aver dalla propria la veduta filosofica più influente nella civiltà occidentale degli ultimi tempi, cioè la veduta del positivismo monista ed evoluzionista. Ma quello appunto che i conservatori non hanno scoperto, nella loro bramosia di essere d'accordo col pensiero più quotato, si è che questa concezione non può servir se non apparentemente di sostegno o di giustificazione razionale all'individualismo. Si è voluto prendere il figurino di moda, ma questo era fatto per altri corpi.
L'individualismo è andato ad accattare un'uniforme fatta da collettivisti ad uso di collettivisti. Tutto il monismo non è altro. Quello ch'è il dogma dell'eguaglianza nella sociologia democratica è il dogma dell'unità nella cosmologia democratica.
Ho detto che Spencer è un monista evoluzionista. Avrei potuto lasciare quest'ultimo aggettivo. La teoria dell'evoluzione non è che uno dei modi coi quali i filosofi, questi nemici a morte del particolare, hanno tentato di provare l'unico. Egli è radicalmente monista, tanto nei fini che nei modi, come tutti i filosofi. Persuadetevi che la filosofia, malgrado la sua apparente varietà, è conservatrice, costante, tenace e pertinace. È come una vecchia signora romantica che conserva, fino al giorno della morte, il sogno della sua prima puerizia. Questo sogno è quello di ridurre tutte le cose ad una sola, di negare tutte le diversità, tutte le distinzioni, cioè, confessiamolo, di uccidere le cose. Il filosofo vuol vedere il mondo uscire e sbocciare come una pianta gigantesca da un unico seme o vuol ricondurre tutte le varie apparenze a qualche misterioso indistinto primordiale, in cui la ragione si compiace ma il senso si perde.
E così da Talete Jonio all'ultime Weltanscha¬uungen germaniche non s'è fatto altro che questo: rendere illusione la realtà e reale l'illusione, cioè sacrificare il vario all'uno, il particolare all'universale. E Spencer, per quanto conoscesse assai mediocremente la storia della filosofia, ha fatto lo stesso. Messo da parte l'inconoscibile, creato per ragioni intime ed anche per non trovarsi dinnanzi a qualche dualismo imbarazzante, egli ha preso il conoscibile per ridurlo a un solo principio, la Forza, e ad un sol moto, l'Evoluzione. Il suo punto di partenza è stato l'omogeneo: dall'omogeneo, cioè dall'unico, tutto è venuto, tutto è derivato, tutto si è svolto. Tutto quello che ci apparisce vario, diverso, eterogeneo è uscito dal gran seno cosmico del primo omogeneo. Nel principio non c'era che l'uno; soltanto dopo, per ragioni che non appaiono troppo lucidamente, la pluralità s'è permessa di venire a confondere il mondo.
La pluralità, insomma, è accettata ma non voluta. Il principio del differenziamento, che ricorre così spesso nelle spiegazioni spenceriane, non è il fine, ma è il dato che non si può rifiutare e che si cerca, come si può, di ricondurre alla sua favolosa origine, al principio indifferenziato, al paese di Bengodi della meditazione unitaria. Infatti il diverso è quello che vien preso come oggetto da spiegare, cioè da ridurre, non come fine a cui giungere. Tant'è vero che non è stabile. A complemento dell'evoluzione c'è il moto inverso, l'involuzione che riporta all'indistinto originario. Tutte le cose escono dall'omogeneo e tornano all'omogeneo: ecco la formola sintetica di tutto l'evoluzionismo.
Quello dunque ch'è il caratteristico del reale è
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sfuggito da Spencer come da ogni monista, come da ogni filosofo. La varietà, la moltiplicità, vale a dire ciò che permette di opporre e di contrapporre le cose, o, quel ch'è lo stesso, di conoscerle, è considerata quasi una deviazione, un'apparenza, un inganno, un pregiudizio. Cioè, diciamolo finalmente, l'individuo è un sogno. Quello che si chiama personale, quello che ci sembra particolare, proprio, speciale di un uomo, è riducibile ad altri elementi; si può ritrovare in altri uomini. E gli uomini sono riducibili ancora a specie più larghe, e queste a una sola, e dall'organico si va all'inorganico e così via fino gelido universalismo dell'Energia.
Se l'evoluzione è uno strumento della suprema unità, se tutte le varietà sono riducibili, se tutti gli abissi sono colmabili, se la natura è una continuità, un tutto ininterrotto, quello che gli scolastici dicevano individuum ineffabilis si dissolve come un sogno infantile. L'individuo, la persona, l'unico, il solo, il proprio, il self, non c'è nè ci può essere. È una leggenda che la scienza smentisce, che la filosofia disfa, che il pensiero ricusa. Insomma l'individualista ha bisogno di accentuare, di affermare, di accrescere le diversità, il monista, al contrario, tende a negare, a dimenticare, ad attenuare le differenze. I loro interessi sono opposti, i loro fini sono antitetici.
Perciò al collettivismo in sociologia corrisponde parallelamente e perfettamente il monismo in metafisica.
Il positivismo è livellatore come la democrazia. Egli cerca tutti i fatti e soprattutto i piccoli fatti. Il trionfo della dottrina cristiana è stato la conquista del suffragio universale delle cose. Le attività superiori dello spirito, il sentimento e la volontà, sono state spodestate, e il fatto, la rappresentazione, quello, cioè, che si può trovare di meno personale, ne ha preso il posto. E colla ricerca delle leggi il positivismo ha cercato di togliere tutto ciò che le cose possono avere di irregolare e di bizzarro: ha irregimentato il mondo, ha messo i fatti in montura e ha cacciato lo straordinario, il nuovo nella prigione dell'assurdo.
Non è dunque nello Spencer, cioè un monista e in un positivista, che noi possiamo trovare un difensore sicuro. Se gli individualisti avranno la voglia, così comune e così utile qualche volta, di procurarsi una fortezza speculativa, col fine non confessato di giustificare a posteriori il loro istinto di vita personale, bisognerà che si rivolgano ad una dottrina pluralista. E se non ci sarà dovranno farla
Ma ho paura, lo confesso, che gli amici dell'Idea troveranno tutto questo troppo teorico, troppo astratto, troppo aereo, una girata in quel paese che Schopenhauer battezzò argutamente Wolkenkukuk - sheim. Alle idee, infatti, non si dà oggi nessuna importanza da nessuno. Soprattutto da chi n'avrebbe e bisogno.
Ma dopo avere accennato ora come l'individualismo non è implicito nella filosofia dello Spencer, ma anzi come quota radicalmente contraria, mi proporrò un'altra volta di vedere se quello che lo Spencer ci ha voluto mettere per forza è individualismo vero e proprio o non piuttosto una finta d'individualismo. Ricordiamoci d'esser tra filosofi, cioè tra gente che non contenta di truffare gli uomini vorrebbe truffare il mondo.
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